Acqua di rubinetto contaminata da PFAS e altri inquinanti: dati, città e risposte italiane

La nostra spedizione ”Acque senza Veleni”, che ha avuto luogo tra settembre e ottobre 2024 per verificare la contaminazione da PFAS nell’acqua potabile in tutte le regioni d’Italia, è nata per rispondere alla crescente preoccupazione della popolazione e per sopperire alla mancanza di dati pubblici a riguardo. Per realizzare la prima mappa nazionale indipendente della contaminazione da PFAS nell’acqua potabile, abbiamo raccolto 260 campioni in 235 comuni appartenenti a tutte le Regioni e Province autonome italiane. La quasi totalità dei campioni è stata prelevata presso fontane pubbliche e, una volta raccolti, i campioni sono stati trasportati presso un laboratorio indipendente e accreditato per la quantificazione di 58 molecole appartenenti all’ampio gruppo dei PFAS.

Per ogni provincia, i campionamenti hanno interessato tutti i comuni capoluogo e almeno un altro comune. In alcune grandi città sono stati eseguiti due campionamenti (Ancona, Bari, Cagliari, Campobasso, Firenze, Genova, L’Aquila, Milano, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Torino, Trieste, Venezia).

La situazione più critica risulta essere quella di Milano dove anche un secondo prelievo ha fatto registrare concentrazioni elevate, ben più alte rispetto a Perugia, e pari a 58,6 nanogrammi litro. Un terzo prelievo nel capoluogo lombardo ha invece fatto registrare una contaminazione di 17,5 nanogrammi litro. Nel novembre 2024, una volta ottenuti gli esiti analitici, Greenpeace ha informato gli enti pubblici competenti. Dopo uno scambio di informazioni, il gestore Nuove Acque ha avviato una campagna di monitoraggio prelevando campioni sia in ingresso all’impianto di potabilizzazione che serve la città di Arezzo, quindi sull’acqua proveniente dall’invaso di Montedoglio, sia in rete di distribuzione, incluso il punto di prelievo sul quale Greenpeace ha rinvenuto la presenza di PFAS.

I risultati del monitoraggio straordinario condotto dal gestore hanno confermato una concentrazione di PFAS inferiore al limite di quantificazione in tutti i campioni. Per avere ulteriori conferme, nel corso del 2025 Greenpeace ha effettuato ripetuti campionamenti presso più fontane pubbliche ad Arezzo. Con i nuovi campionamenti si è valutata anche la presenza di Acidi Trifluoroacetico (TFA). La presenza di questa sostanza, pur restando sotto la soglia attualmente ammessa, conferma la necessità di un bando dei PFAS: il TFA è spesso un prodotto di degradazione di PFAS ed è praticamente impossibile da eliminare con le attuali tecnologie di depurazione. I rischi da TFA sono attualmente in fase di valutazione dall’Agenzia Europea per la Chimica.

A seguito della nostra denuncia, diverse amministrazioni italiane ed enti gestori hanno dichiarato di voler effettuare monitoraggi costanti, per individuare l’eventuale presenza di questi inquinanti nell’acqua potabile e l’intenzione di pubblicare i risultati in modo trasparente. Ad Arezzo, dove abbiamo registrato il valore più alto di somma di PFAS tra le 235 città prese in esame, l’ente gestore si è attivato immediatamente verificando la situazione. Le analisi hanno fornito esiti rassicuranti, escludendo la presenza, anche in tracce, di tali inquinanti. Questa tendenza è in linea con quanto riscontrato in altri territori, come la Val di Susa, dove analisi periodiche hanno mostrato alte contaminazioni alternate ad assenze.

È importante sottolineare che una serie di dati in cui i PFAS sono assenti non costituisce garanzia dell’assenza di contaminazioni passate o future. In molte aree d’Italia viene erogata acqua potabile che in altre nazioni non viene considerata sicura per la salute umana. A oggi la presenza dei PFAS non è regolamentata nelle acque potabili nazionali e solo all’inizio del 2026 entrerà in vigore la direttiva europea 2020/2184 che prevede un valore limite complessivo per 24 PFAS pari a 100 nanogrammi per litro. I parametri europei sono stati superati dalle evidenze scientifiche e dall’Agenzia europea per l’ambiente, che ha indicato futuri limiti non più in grado di proteggere adeguatamente la salute. Per questo molte nazioni hanno già adottato limiti più bassi.

Tra i PFAS, il PFOA è risultato il più diffuso (presenti in 121 campioni, 47%), seguito dal TFA (104 campioni, 40%) e dal PFOS (58 campioni, 22%). L’elevata presenza del TFA, difficile da rimuovere, rende ancora più grave la mancanza di dati pubblici sulla contaminazione delle acque italiane. Le nostre analisi hanno rilevato la presenza del PFOA in 121 comuni. Il PFOS è stato individuato nel 22% dei campioni (58 su 260) e i massimi di PFOS sono stati registrati a Milano, Bussoleno, Ancona, Rimini, Montesilvano, Rovigo, Carrara, Teramo, Comacchio, Fiorenzuola d’Arda e Arzignano.

Il TFA è stato ritrovato nel 40% dei campioni (104 su 260). A Castellazzo Bormida si registrano i valori più elevati di TFA (539,4 ng/L), seguiti da Ferrara e Novara. In alcune città il TFA è presente in tutti i campioni, come Torino e Cagliari, sebbene con concentrazioni inferiori. L’acqua di alcune città è così contaminata da PFAS che richiede interventi strutturali e monitoraggi costanti, poiché le sostanze chimiche possono interferire con la salute e l’ambiente nel medio-lungo termine.

L’acqua non potabile può contenere microrganismi patogeni o sostanze chimiche derivanti da fonti naturali o artificiali. Le principali fonti di inquinamento idrico chimico includono scarichi urbani, industriali e agricoli, residui di lavorazione e trattamenti di potabilizzazione; l’inquinamento può riversarsi nelle falde acquifere o nei corpi idrici superficiali. PFAS, PFOA, PFOS e TFA sono tra le sostanze monitorate, ma vi sono anche altri contaminanti: nitrati, nitriti, ammonia, metalli pesanti e microplastiche. Il Ministero della Salute definisce l'acqua potabile come sicura dal punto di vista chimico, microbiologico e organolettico; in caso di emergenza, inevitabilmente si ricorre a bollitura e a disinfezione, ma tali procedure non eliminano completamente i PFAS o i metalli pesanti.

La nostra analisi indica che recuperare l’acqua contaminata sarà una strategia sempre più importante in futuro, poiché si stima che nel 2025 metà della popolazione vivrà in aree con scarsità d’acqua a causa dell’urbanizzazione, della crescita della popolazione e del cambiamento climatico. Per ridurre i rischi, è consigliabile utilizzare meno prodotti chimici domestici, scegliere detersivi ecocompatibili e promuovere una gestione più responsabile delle sostanze organiche e inquinanti. Le fonti naturali e i sottoprodotti dei processi di disinfezione possono contribuire ai livelli di PFAS e di altri contaminanti nelle acque di rubinetto, rendendo necessarie misure di controllo sempre più rigorose a livello nazionale ed europeo.

In ambito locale, si riportano casi come il Capaccio Paestum, dove è stata segnalata una sostanza nera che fuoriesce dai rubinetti e che ha spinto a prelevare campioni per capire se derivi dalla rete del consorzio. La proprietaria dell’abitazione ha segnalato ostruzioni ai rubinetti ed è stata necessaria un’analisi di laboratorio per determinare la natura della sostanza, che al momento non ha evidenziato altri casi analoghi.

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