Reperti del Museo Etrusco Guarnacci e l’Urna Bidet di Volterra: arte, necropoli e tradizioni etrusche

Il Museo Etrusco Guarnacci contiene, tra gli altri capolavori, la più grande collezione di urne etrusche d’Italia.

L’urna etrusca, nella classica accezione di contenitori delle ceneri del defunto, che sostituisce in materiale durevole l’involucro deperibile in cui venivano raccolti i residui del rogo funerario.

A Volterra la produzione di urne con coperchio conformato a figura umana ha inizio entro la prima metà del III secolo a.C.: esse costituiscono l’espressione più autentica dell’arte locale dal IV sec. a.C.

Le urne sono scolpite in tufo o in alabastro, pietre scavatesi nell’agro volterrano, e solo alcune sono modellate in terracotta.

Eccettuati gli esemplari di tipo semplice, fatti a immagine di casa o tempio, il coperchio dell’urna riproduce la figura del defunto coricato col fianco sinistro sul letto del convivio.

Nella mano destra tiene un attributo che, per gli uomini, è un recipiente per le libagioni (patera) o materiale di scrittura (tavolette cerate ecc.).

Le donne esibiscono vari oggetti tra cui specchio, ventaglio, melagrana, interpretata quale simbolo della fertilità.

Ma le più belle e interessanti sono sicuramente quelle con rappresentazioni mitologiche, seppur derivate da matrice greca, che attestano per la loro varietà tipologica l’impronta degli artefici etruschi.

Una collezione unica al mondo che ci consente di esplorare, conoscere e emozionarsi di fronte al mistero del popolo etrusco.

Il nucleo di vasi proviene dal Museo Guanacci di Volterra, dove sono stati a lungo conservati in deposito.

I vasi provengono tutti dalle necropoli ellenistiche di Volterra e sono ascrivibili a diverse produzioni etrusche databili tra la seconda metà del IV e l’inizio del III sec.

Capolavori e contesto storico della collezione

3 crateri a calice a vernice nera “di Malacena” (inv. 5810, inv. 5811, inv. 1), krateriscos con anse a serpente a vernice nera Malacena (inv. 2), kelebe a figure rosse del Gruppo Volaterrae (inv. 33, inv. 1) oinochoe con becco “a cartoccio” a figure rosse (inv. 1) e coperchio in bucchero con decorazione a rilievo (inv. 1) coppa ionica con decorazione geometrica (inv.).

Nel contesto della Etruria, la ceramica «di Malacena» deve il nome alla località di rinvenimento della Tomba dei Calini Sepus ricca di vasi di questo tipo. La ceramica estrusca a figure rosse deriva dalla contemporanea ceramica attica a figure rosse, largamente esportata in Etruria.

In vari centri etruschi si sviluppò dalla seconda metà del V e per tutto il IV sec. a.C.

Il museo etrusco Mario Guarnacci di Volterra è uno dei più antichi musei pubblici d’Europa e rappresenta una collezione di antichità etrusche tra le più importanti che esistano.

Monsignor Mario Guarnacci, da cui prende il nome il museo, fu uno dei più importanti collezionisti dell’arte antica del Seicento.

OrigInario di Volterra, dopo aver trascorso parte della propria carriera ecclesiastica a Roma, tornò nella città natale e qui, preso dalla passione per le antichità, iniziò ad organizzare campagne di scavo nelle necropoli della città.

Nel 1761 volle che la sua collezione diventasse proprietà della città e fosse permanentemente a disposizione dei volterrani. Questa raccolta costituì il nucleo principale del museo etrusco.

Collocata inizialmente nel palazzo dei Priori, la collezione Guarnacci nel 1875 trovò sistemazione nel palazzo Desideri Tangassi.

L’allestimento di molte sale conserva l’affascinante aspetto ottocentesco, lasciato con lo scopo di costituire una sorta di museo nel museo, per far comprendere ai visitatori quali fossero i criteri espositivi dell’epoca.

Sale e opere principali del percorso espositivo

La prima sezione al piano terra è dedicata al più antico insediamento del Colle di Volterra e agli reperti dell’Età del Rame e del Bronzo, con cine­rare biconici e corredi provenienti dalle necropoli della Ripaie e della Badia Guerrruccia, testimonianze del tessuto sociale che caratterizzò l’Etruria villanoviana di Volterra.

In epoca villanoviana il rito funerario più diffuso era l’incenerazione; il corpo del defunto veniva cremato e le cenere raccolte in un vaso detto “biconico”.

Gli Etruschi credevano in una vita dopo la morte e, insieme ai resti del defunto, deponevano nella tomba oggetti personali utili nell’aldilà. Gli oggetti deposti erano distinti in base al sesso del defunto: generalmente maschi erano armi, rasoi e decorazioni delle bardature dei cavalieri; femminili gioielli, pettini e attrezzi per filare.

Nella sala II si trova lo splendido kyáthos in bucchero con iscrizione da Montegirigioni e le oreficerie di Gesseri; sono parte del corredo di una tomba principesca, pervenuto al museo nel 1839 grazie al dono del vescovo Incontri.

Accanto si trova una delle monuments più emblematiche dell’età arcaica di tutta l’Etruria setten­tionale: la Ste­le funeraria di Avile Tite, raffigurante un guerriero armo e proteso, icona dello stile etrusco legato all’immaginario guerriero e al repertorio delle stelle greco-orientali.

Salendo al piano superiore, si trovano urne con raffigurazioni mitologiche, kelebei a figure rosse volterrane, il cratere di Montebraodoni e le oreficerie ellenistiche più prestigiose della collezione.

Qui sono anche esposte due opere di Luca Signorelli, una Madonna con Bambino e un’Annunciazione, entrambe dipinte nel 1491; l’Annunciazione è tra i quadri più rappresentativi dello stile rinascimentale.

Tra le opere di livello pittorico alto, spiccano La Deposizione di Rosso Fiorentino, dipinto per la chiesa di San Francesco nel 1521, rappresentando un momento chiave nel Rinascimento italiano e nell’interpretazione del Manierismo.

Nel modello della Pinacoteca si osservano anche la Sala di Taddeo di Bartolo con opere significative del pittore senese dipinte a Volterra tra il 1411 e il 1418, e una grande pala di Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio destinata alla Badia Camaldolese, intrisa di contenuti religiosi e storico-culturali.

Nella pinacoteca sono presenti due opere di Luca Signorelli, una Madonna con Bambino e un’Annunciazione, entrambe dipinte nel 1491; tra le tele rinascimentali, l’Annunciazione si distingue per la raffinatezza della resa formale e della figura angelica, quasi greca nella monumentalità.

La raffinatezza delle figure, l’elevata qualità pittorica e la possibile influenza del maestro da Cortona sono elementi ricorrenti nelle descrizioni delle opere esposte.

Al piano superiore, due opere dell’artista fiammingo Pieter de Wit­te introducono l’arte moderna al percorso del museo, accanto all’Ecomuseo dell’Alabastro, nato da un progetto museale del comprensorio della provincia di Pisa che coinvolge Volterra, Castellina Marittima e Santa Luce.

L’Ecomuseo si articola in due itinerari territoriali, rinforzando l’idea di una rete di musei tematici: l’itinerario dell’escavazione e l’itinerario della lavorazione e della commercializzazione, legato alla sede museale di Volterra.

La pietra è conosciuta e lavorata fin dai tempi degli Etruschi, ma solo dal XVIII secolo esiste una vera e propria industria artigianale. Il Palazzo dei Priori è il più antico palazzo pubblico della Toscana, costruito a partire dal 1208 e affacciato sulla piazza più importante della città.

Il primo nome dell’edificio fu Domus Communis, ovvero Palazzo del Comune, e fu utilizzato dagli Anziani come residenza.

Gli originari ventiquattro Anziani nel 1283 si trasformarono nei diciotto Priori del Popolo, poi ridursi ai dodici Difensori del Popolo nel 1289, e da qui deriva il nome attuale.

Il palazzo è costruito interamente in pietra e la facciata è ingentilita da cornicioni marcopiani e merli a semicirchio, probabilmente realizzati nel XVI secolo; la facciata è decorata con targhe di terra cotta invetriata che rappresentano stemmi di famiglie fiorentine.

La struttura è sormontata da una torre pentagonale a due piani merlati, ricostruita dopo il terremoto del 1846.

Al primo piano si trova la sala più rappresentativa del Palazzo, la Sala del Maggior Consiglio, completamente affrescata seppur la decorative originale sopravviva solo in una Annunciazione dipinta da Iacopo di Cione Orcagna nel 1398; molti affreschi furono realizzati nel 1881.

Sempre al piano, si trova il dipinto Nozze di Cana di Donato Mascagni e un soffitto ligneo di pregevole fattura. Un Crocifisso e santi di Pierfrancesco Fiorentino, datato 1490, chiude il percorso al termine dello scalone che immette nella Sala del Maggior Consiglio.

La datazione scaturisce dalla lettura di un’iscrizione lacunosa: “FRANCESCO GIOVANNI CAPITANO MCCCCLXXXX”.

L’area archeologica di Vallebuona è uno dei siti chiave dove è possibile comprendere l’evoluzione urbanistica e storica di Volterra; è un ampio spazio oltre le mura che racchiudeva la città medievale e fu coinvolta nell’epoca romana da una intensa attività urbanistica con la costruzione di un grande complesso monumentale, composto da un teatro e da un impianto termale.

Il teatro fu riportato alla luce negli anni cinquanta da scavi archeologici condotti dallo studioso volterrano Enrico Fiumi; fu usato come ricovero di strutture del nosopial psi­chia­trico di Volterra, come ricordato da una targa all’ingresso dell’edificio.

Il monumento è datato tra l’1 e il 20 d.C. e la sua costruzione fu finanziata dalla ricca famiglia volterrana dei Cecina, in particolare i consoli Gaio Cecina Largo e Aulo Cecina Severo, come ricordato dall’epigrafe dedicata al teatro stesso, conservata nel Museo etrusco Guarnacci.

In analogia ai teatri greci il teatro di Volterra è parzialmente scavato nel pendio naturale di una elevazione. Durante gli scavi sono stati rinvenuti vari sedili, realizzati in calcare locali, con incisioni i nomi dei rappresentanti delle famiglie più influenti della Volterra romana, come i Cecinae, i Persii e i Laelii.

La monumental frontis era lunga circa 35 metri (122 piedi romani) ed era costituita da due piani colonnati per un’altezza superiore ai 16 metri; si trattava di un vero e proprio fondale scenografico che doveva elevarsi su due livelli, con tre porte tra cui la centrale.

Volterra: una città di pietra, arte e tradizioni

In Volterra ogni pietra racconta una storia, ogni museo è un viaggio nel tempo.

Pinacoteca Civica, dove la luce dorata dei fondi oro e le opere di grandi maestri come Ghirlandaio, Signorelli e Rosso Fiorentino ti faranno vivere tutta la magia dell’arte medievale e rinascimentale.

E poi c’è l’anima artigiana di Volterra, raccontata dall’Ecomuseo dell’Alabastro: un materiale unico, lavorato con passione da secoli, che ancora oggi prende forma tra le mani sapienti degli artigiani locali.

Volterra è molto più di una città da visitare. È un luogo da vivere.

Palazzo Viti e Acropoli etrusca rimandano all’identità storica della città, offrendo percorsi che intrecciano antiquariato e paesaggio.

Ingresso gratuito: bambini fino a 6 anni, residenti, studenti, persone con disabilità e loro accompagnatori, guide turistiche, giornalisti, insegnanti con scolaresche, soci ICOM.

urne etrusche con figure umane

Storia e immagini di VOLTERRA ETRUSCA documentario e ricostruzione 3d

Questo percorso espositivo e museale permette di conoscere la vita quotidiana degli Etruschi, l’organizzazione sociale, le necropoli, le tradizioni funerarie e l’evoluzione artistica della regione.

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